Delhi: Sprazzo Notturno

Ieri sera.
La serata è finita con rilassata gaiezza nel nuovo appartamento che abbiamo inaugurato con questo informale house warming. Con varie peripezie siamo riusciti nel preparare degli gnocchi con del sugo con farine più o meno generiche di chissà quale legume e abbiamo supplito alla scarsezza delle porzioni accorpandoci qualche cibo indiano preso all’ultimo secondo utile prima della chiusura del locale. Andando a prendere da mangiare qualche ora prima ho quindi scoperto che il quartiere, di notte, chiude. Come un ghetto ebraico. Ed in effetti potrei chiamare questa zona ghetto dei sikh, come ho scoperto sentendo le loro celebrazioni andare avanti cantando inni per tutta la sera di prima; ma il loro gondwara si trova appena fuori la recinzione ed il nostro nuovo proprietario di casa è un puro hindu, vegetariano integrale. La serata oramai è finita e i nostri due ospiti devono andare, devo accompagnarli per farli uscire del quartiere labirinticamente chiuso. L’unico rimpianto è non avere avuto una tazza fumante di tè a sublimare i momenti, ma del tè indiano in India ne parlerò in futuro.

Chiudo al porta zanzariera dietro di me lasciando detto alle ragazze di aprirmi al ritorno e mi ritrovo in un buio vicoletto secondario, essendo l’entrata del mio appartamento nel retro del palazzo. Non c’è la minima illuminazione pubblica, ma riesco a vederci. Chissà se sotto lo sterrato e lo sporco vi è o meno dell’asfalto, la sensazione tattile dei piedi non dà risposte definitive. Vedo i cuccioli di cane che oramai stazionano davanti la nostra porta. Vado a destra anzichè a sinistra, perchè oramai li vi è un cancello con catenaccio. Anche a sinistra ne devo superare uno, ma li è solo teoricamente chiuso, non vi è lucchetto. Scavalco delle catene che legano dei blocchi stradali e mi ritrovo nella piazzetta di fronte all’entrata principale del palazzo. Sento un fischietto non troppo lontano. Un indiano ciondolante si avvicina lentamente battendo con ritmo lento e cadenzato un bastone di legno per terra nella quiete più totale. Il guardiano ci oltrepassa nella sua ronda senza dare segno di volerci rivolgerci parola. Ci scambiamo uno sguardo e continuiamo ad incedere nella notte illuminata pigramente da una mezza luna e da rade luce di case e qualche palo della luce fioco. Le case qui sono in media meno cadenti di quelle che avevamo nel primo quartiere delle nostre ricerche. Qui a Vijay Nagar, Single Storey, evidentemente vivranno benestanti. La strada che percorro è alberata da un lato, vi sono ogni tanto pozzanghere per terra (e terra direi che è un termine calzante) sebbene non piova da qualche giorno e oltrepasso dei branchi di cani che mi guardano e che non sembrano essere allarmati della mia presenza.
Il cancello da cui entro di norma è sigillato e sono costretto a percorrere una strada alternativa. Sono particolarmente soddisfatto di sapermi orientare in un quartiere in cui vivo dal giorno prima. Trovo un cancello aperto, con un guardiano che sonnecchia su una sedia. Provo a rivolgergli un gesto di saluto istintivo, ma istintivamente sbaglio perchè lo eseguo muovendo verticalmente la testa, da italiano. Chissà se l’ha capito o meno. Mi ritrovo in una seconda piazzetta sonnecchiante. Ma al centro vi si trova un mercato, non un parchetto cadente. Nel girargli attorno vedo un indostano che con una tranquillità assoluta sta ronfando della grossa su un letto. Sì, su un letto vero e proprio con materasso, cuscino e coperte, davanti un negozietto  con la saracinesca abbassata. Chissà se lo fa per caldo, o perché sorveglia qualcosa, o perchè non ha di meglio dove andare. Lo oltrepassiamo e finalmente mi ritrovo in un braccio di collegamento con la strada principale; speriamo che trovino un riksha in zona. Usciamo dal block e ci ritroviamo sulla strada principale di Vijay Nagar. Siamo fortunati: un autoriksha è in lontanza ed un cicloriksha è proprio davanti a noi.
Il ragazzo con me sveglia il rikshawallah, chiedendogli di portarli a casa, a Kamla Nagar. Mi ritrovo a chiedermi in che lingua parlino. Riconosco glosse di origine persiana, penso dunque che sia Urdu, ma probabilmente è indostano, la lingua comune a metà tra urdu ed hindi. Il rikshawallah accetta di portarli, ma chiede 50 rupie. I ragazzi provano a calare il costo a 40; niente da fare. Faccio notare che in fondo l’abbiamo pure svegliato per farlo pedalare nel cuore della notte e scarrozzare due persone in giro per meno di un euro. I ragazzi vanno via con lui ed io mi ritrovo ad affrontare la via del ritorno. Il silenzio è pesantissimo, mi sento solo in mezzo a nugoli di gente che dorme a pochi metri da me nelle case. Non mi dispiace come sensazione. In casa il silenzio non è mai vero: lo accompagna sempre un rumore assordante di pale che rotano sopra le nostre teste, rendendo l’ambiente frescamente sopportabile, anche se è il primo di Ottobre. Rifaccio un cenno di saluto al guardiano sonnecchiante, inclinando brevemente la testa a sinistra, spero il più correttamente possibile (certamente non in modo naturale, mi chiedo quanto deve essere buffo da vedere per chi è abituato a quel gesto). Mi ritrovo a seguire i vicoli tortuosi non chiusi delle strade di Delhi da solo, mi godo il momento ma sono vagamente preoccupato da un ululato di un cane e riattraverso i branchi. Ma mi sbaglio: non ce l’hanno con me. Sono tranquillissimi e mi riassicuro un po’. Mi faccio luce con lo schermo del telefonino: non voglio pestare acqua (o qualche cosa di peggio). Accelerò impercettibilmente inconsciamente. Ma in realtà la non c’è niente di cui preoccuparsi. Supero il guardiano che prima faceva la ronda, ora sonnecchia anche lui su una sedia. Non protesta nemmeno nel vedermi scavalcare le catene che mi riportano al mio vicolo. Un cane mi viene incontro, ma sono sollevato: è la cagna dei cuccioli della mia porta che va a bere in un ristagno. Oramai mi conosce. Apro il cancello che non è chiuso e vedo la luce che filtra dalla porta zanzariera. Questa è fatta. E sono felice di avere respirato un po’ di aria buia.