Playerdue Lomography: Fotografare con una Diana Mini →
Conoscendo la mia passione per la fotografia, i miei amici mi hanno regalato una Diana Mini, una macchina fotografica che segue la moda della lomografia.
Studio da alcuni anni come autodidatta la fotografia digitale e tranne poche esperienze da turista quand’ero piccolo, non ho mai…
Cosa ho mangiato ieri: cronaca di due battaglie sicule
La lista viene portata così come viene chiamata nei menù. Se i nomi vi sembrano spocchiosi, prendetevela coi titolari dei posti dove ho mangiato.
- Tè Oolong alla Rosa
- “Tavola Calda” con Besciamella, Salame e Prosciutto
- Cocktail e Finger Food
- Antipasto mediterraneo
- Risotto agli Asparagi e Speck
- Busiate alla Buongustaia
- Arrosto di Vitello
- Spinaci al Burro
- Patate al Rosmarino
- Frutta in Bellavista
- Torta Primavera
- Parfait di Mandorle
- Semifreddo all’Arancia
- Cocktail “Antichi Sapori” (conteneva fra i vari Trionfo di Salumi e frutta e di formaggi e frutta, Trionfo di canapès, forma di parmigiano in scaglie, prosciutto crudo al taglio, piccoli arancini, fantasia di fritti vegetali, fantasia di crostini marinati al cucchiaio ai profumi di Sicilia, olive ascolana. Da qualche parte ho mangiato caviale)
- Girello di Salmone e Formaggi (OTTIMO)
- Pesce Spada marinato
- Fantasia di Verdure e Gamberetti
- Sformatino di Melanzane
- Insalata Giamaicana
- Ostriche
- Isola di Polpi Lessi (al Centro Sala)
- Risotto agli ortaggi e gambero rosso
- Conchigliette tartufate alla cernia (bis)
- Gamberone arrosto (non scrivo il secondo che mi faceva schifo)
- Sorbetto al Limone
- Delizie di frutta al Maraschino
- Torta Marriage
- Cassata Siciliana
Chai
Uno degli errori nei quali mi ero autoindotto prima della mia partenza per l’India riguardava il tè.
Ahimè ero STRASICURO che nella terra che ne produce il 70% del mondo, ci fosse una cultura sviluppatissima in tal senso, con chissà quali istrumenti e varietà sconosciute all’exterieur.
Ne ero adunquemente così convinto che non mi sono portato neanche parte della collezione dei miei amati tè pensando di trovarne a quintalate in questa entusiasmante terra di Masala, cadaveri e mucche che non vengono fatte a cadaveri. Ed è così che senza oolong al gelsomino, neri alla rosa, verdi marocchini (non vedere sempre battute in quel senso, signori) alla menta, lapsang souchong ed earl grey (e persino senza infusori) mi sono avventurato senza arte né parte nel subcontinente.
Mai errore fu più rimpianto.
Avevo avuto qualche sentore premonitore quando lessi che il tè in India come abitudine era stato introdotto dagli inglesi che volevano smerciare le più basse qualità, ma nonostante tutto avevo deciso di fidarmi e di viaggiare a carico leggero nella terra della Regina delle Colline. Appena arrivato mi fu subito offerto di bere del “chai”. O meglio il Garam Masala Chai, il tè speziato. Mentre lo sorseggiavo, cominciati a rendermi conto che questo sarebbe stato l’unico tipo di tè che avrei mai bevuto durante il mio soggiorno. Sapevo che in India si beveva tantissimo tè. Ignoravo che in India si trova SOLO chai. Entrando nei (nel, ad onor di cronaca, qui non se ne trovano tanti) supermercati la situazione divenne ancora più chiara e tragica. Solo grandi, enormi pacchettoni di tea dust, la polvere che resta come scarto delle foglie di tè e che constituisce l’ultima qualità del prodotto della Camelia Sinensis.
Certamente, il chai non è un tè odioso. E’ bevutissimo, è fatto in modo diverso in ogni zona dell’India, variando rapporti e tipi di spezie, e fornisce una piccola percentuale di latte strabollito e quindi igienico, che male non fa. In questi giorni voglio provare a realizzare qualche servizio fotografico della preparazione del chai per strada, se trovo qualche chaiwala disponibile (e con il quale riesco ad intendermi). Ma il problema è che stufa molto velocemente. O almeno mi ha stufato parecchio velocemente. In tunisia ho bevuto solo ed esclusivamente (a parte un po’ di genmaicha che mi ero portato) il caratteristico tè alla menta, e ne avevo pure sviluppato un certo gusto, che accompagnavo alle generose boccate di fumo aromatizzato alla mela delle shishe serale. Col chai non è così semplice.
Il problema è che il tè indiano è perfettamente indiano, ne rappresenta fedelmente l’anima ed i gusti.
E’ un tè che è semplicemente TROPPO!
E’ un tè bollito a lungo, tanto, troppo, come in un samovar, per strada e zuccherato pesantemente, con del latte (in polvere o meno) versato con abbondanza, e con tante spezie che coprono il sapore completamente. E’ un tè pesante, che si beve infatti in bicchierini piccolissimi, specialmente per me abituato a buttare giù oolong leggeri in megatazze da mezzo litro. L’unica varietà che ho conosciuto è stata quando dopo tante ricerche sono riuscito a trovare, a Delhi, mica chissà dove, un negozio da cui comprare del Darjeeling. Senza ovviamente avere la grazia di sapere se si tratti di first flush, second flush o altro, e vabbè, o di che qualità si trattasse.
Ma il chai, pur pesante e noioso, è un tè “vero”, amatissimo dalla gente, che lo beve in quantità considerevole spendendo circa 5 rupie per berlo per strada, 4 se nel treno fermi uno delle migliaia di chaiwala che camminano cantilenando “chai… garama chai…” con i loro termos di latta che altalenano in mano.
Come ho detto, ogni zona lo prepara in modo diverso (a Delhi è più un misto, ma nel Sikkim ho notato la predominanza del cardamomo ad esempio) ma c’è comunque da notare una importantissima eccezione.
Nel Darjeeling, nella Regina delle Colline, dove viene prodotto il tè migliore di tutta l’India, lì anche il povero contadino ed il wala, quando si tratta di bere, si beano di tazze di puro Darjeeling (ovviamente). E vi assicuro che dopo due mesi in India, la vista di indiani che bevevano tè puro mi ha lasciato alquanto sconcertato.
(Ed infatti erano nepalesi).
India: In viaggio verso il Tempio d’Oro
In quello che cerco di fare diventare l’appuntamento del Lunedì, vi trascrivo due righe che ho buttato giù sul treno verso Amritsar la settimana passata.
L’India è la terra dei profumi perché è la terra delle puzze più lancinanti, nauseanti e stordenti. Una volta che accetti questo, o fingi a te stesso una certa signorile e professionale abitudine, cominci magari a vedere l’India come la vedono gli Indiani. Cioè piena delle puzze più lancinanti, nauseanti e stordenti puzze e di incensi ancora più arroganti che ti salvano la vita nei posti più insperati, come nei bagni dove scacciano le zanzare, o nelle affollatissime vie dove a striature senti prevalere profumi inebrianti e sterco di vacca (o di umano).
In questo momento il mio olfatto è ubriacato da una vecchia conoscenza: il gelsomino.
Il vecchio birmano che sta davanti la mia panca di treno l’ha usato per pulire e profumare il tavolino da cui scrivo adesso, prima di cominciare a snocciolare il suo rosario musulmano. Ogni tanto dai finestrini aperti di questa affollata Sleeper Class entrano generosi flussi di tanfi ed insetti.
La direzione è Amritsar ed il suo Tempio d’Oro, Mecca e Vaticano dei Sikh.
Il vecchio, a turno con i due suoi accompagnatori, ha prima ignorato bellamente la sua bussola ed ha pragmaticamente deciso che la panca letto in movimento è orientata certamente verso la Mecca vera ed ha iniziato la sua salat dopo avere steso un fazzoletto bianco, mantenendo traballante un ottimo equilibrio. Ho colto l’occasione, fingendo un discreto disinteresse, per godermi la sua preghiera serale. Mi ha preso in seguito uno spirito di emulazione ed ho recitato per conto mio i Vespri serali.
Il treno è più decente di quello che mi aspettavo; per evitare la peste bubbonica ho sacrificato la mia asciugamano come facente funzioni di coperta, lenzuola e sacco a pelo. Lo zaino/cuscino è carico, il Nintendo DS pure, il portafoglio è vuoto e si è ottimisti.
Boutade dalla Giungla
La Betancourt dice “Nella politica c’è il peggio dell’uomo”. Poi aggiunge “Ma io non sono un uomo”, si leva l’elmo e uccide il Witchking.
Delhi: Home is where the way is
Ho scritto questo dopo pochissimi giorni che atterrai nella terra del Mahabharata e delle Melenzane alla parmigiana. Lo trascrivo così come lo avevo scritto al secolo. E son pur cosciente del fatto che è pieno di errori grossolani, ma correggendo e riscrivendo le frasi ero certo che avrebbe perso un po’ di quel me di qualche settimana fa.
I Racconti dei viaggiatori credo che usualmente siano diversi da quelli che scriverò io, se Dio me non me ne vorrà. Ma la diversità consiste nel fatto che le mie non sono esperienze da viaggiatore che, armato di Lonely Planet, cartine e macchine fotografiche se ne va in giro cercando “le cose locali”.
Non che questo non accadrà a me, ovviamente, anche se sarebbe figo da dire altrimenti e suonerebbe da raffinato snobista.
Mi si chiederà certamente “e com’è l’India?” o la gente più barbosa dirà “ma mucche ne hai viste?” ma la verità è che attualmente ho visto sì poco che ancora non so com’è st’India.
Non dirò i classici luoghi comuni come “anche vivendoci una vita probabilmente non lo saprei mai” perché innanzitutto è una balla bella e buona e non gradirei sentirmi dare del farabolano prima ancora di principiare a dirvi nulla. Ed in secondo luogo perché suonerei come un cretino, un estetista od un omosessuale. Ma per non suonare omorepellente dirò che questo memoir scritto nel passato dei memoir, cioè nel presente, va benissimo pure per loro.
L’arrivo è stato molto indiano, con un me stesso intontito dal volo (ho dormito così tanto da non accorgermi che servirono la colazione, arcipigna!) davanti ad una fila di guardioline da check-in pronti a scrutare i documenti e senza avere la minima idea cosa fare (tipo controllare i documenti? vogliate perdonarmi ma ero particolarmente rintronato), di chi seguire (DOVE erano tutti quelli che scendevano a Delhi?) e a chi chiedere (mi chiedo quale sia allora l’utilità umana di un guardiano che controlla della gente uscita da aerei controllatissimi, in cui non entra nemmeno una bottiglietta d’acqua e che non sa nemmeno indicare che ci sono dei questionari da compilare e DOVE si trovino). Namaste!
Ma non perdiamoci in chiacchere: alla prossima.
Delhi: Sprazzo Notturno
Ieri sera.
La serata è finita con rilassata gaiezza nel nuovo appartamento che abbiamo inaugurato con questo informale house warming. Con varie peripezie siamo riusciti nel preparare degli gnocchi con del sugo con farine più o meno generiche di chissà quale legume e abbiamo supplito alla scarsezza delle porzioni accorpandoci qualche cibo indiano preso all’ultimo secondo utile prima della chiusura del locale. Andando a prendere da mangiare qualche ora prima ho quindi scoperto che il quartiere, di notte, chiude. Come un ghetto ebraico. Ed in effetti potrei chiamare questa zona ghetto dei sikh, come ho scoperto sentendo le loro celebrazioni andare avanti cantando inni per tutta la sera di prima; ma il loro gondwara si trova appena fuori la recinzione ed il nostro nuovo proprietario di casa è un puro hindu, vegetariano integrale. La serata oramai è finita e i nostri due ospiti devono andare, devo accompagnarli per farli uscire del quartiere labirinticamente chiuso. L’unico rimpianto è non avere avuto una tazza fumante di tè a sublimare i momenti, ma del tè indiano in India ne parlerò in futuro.
Chiudo al porta zanzariera dietro di me lasciando detto alle ragazze di aprirmi al ritorno e mi ritrovo in un buio vicoletto secondario, essendo l’entrata del mio appartamento nel retro del palazzo. Non c’è la minima illuminazione pubblica, ma riesco a vederci. Chissà se sotto lo sterrato e lo sporco vi è o meno dell’asfalto, la sensazione tattile dei piedi non dà risposte definitive. Vedo i cuccioli di cane che oramai stazionano davanti la nostra porta. Vado a destra anzichè a sinistra, perchè oramai li vi è un cancello con catenaccio. Anche a sinistra ne devo superare uno, ma li è solo teoricamente chiuso, non vi è lucchetto. Scavalco delle catene che legano dei blocchi stradali e mi ritrovo nella piazzetta di fronte all’entrata principale del palazzo. Sento un fischietto non troppo lontano. Un indiano ciondolante si avvicina lentamente battendo con ritmo lento e cadenzato un bastone di legno per terra nella quiete più totale. Il guardiano ci oltrepassa nella sua ronda senza dare segno di volerci rivolgerci parola. Ci scambiamo uno sguardo e continuiamo ad incedere nella notte illuminata pigramente da una mezza luna e da rade luce di case e qualche palo della luce fioco. Le case qui sono in media meno cadenti di quelle che avevamo nel primo quartiere delle nostre ricerche. Qui a Vijay Nagar, Single Storey, evidentemente vivranno benestanti. La strada che percorro è alberata da un lato, vi sono ogni tanto pozzanghere per terra (e terra direi che è un termine calzante) sebbene non piova da qualche giorno e oltrepasso dei branchi di cani che mi guardano e che non sembrano essere allarmati della mia presenza.
Il cancello da cui entro di norma è sigillato e sono costretto a percorrere una strada alternativa. Sono particolarmente soddisfatto di sapermi orientare in un quartiere in cui vivo dal giorno prima. Trovo un cancello aperto, con un guardiano che sonnecchia su una sedia. Provo a rivolgergli un gesto di saluto istintivo, ma istintivamente sbaglio perchè lo eseguo muovendo verticalmente la testa, da italiano. Chissà se l’ha capito o meno. Mi ritrovo in una seconda piazzetta sonnecchiante. Ma al centro vi si trova un mercato, non un parchetto cadente. Nel girargli attorno vedo un indostano che con una tranquillità assoluta sta ronfando della grossa su un letto. Sì, su un letto vero e proprio con materasso, cuscino e coperte, davanti un negozietto con la saracinesca abbassata. Chissà se lo fa per caldo, o perché sorveglia qualcosa, o perchè non ha di meglio dove andare. Lo oltrepassiamo e finalmente mi ritrovo in un braccio di collegamento con la strada principale; speriamo che trovino un riksha in zona. Usciamo dal block e ci ritroviamo sulla strada principale di Vijay Nagar. Siamo fortunati: un autoriksha è in lontanza ed un cicloriksha è proprio davanti a noi.
Il ragazzo con me sveglia il rikshawallah, chiedendogli di portarli a casa, a Kamla Nagar. Mi ritrovo a chiedermi in che lingua parlino. Riconosco glosse di origine persiana, penso dunque che sia Urdu, ma probabilmente è indostano, la lingua comune a metà tra urdu ed hindi. Il rikshawallah accetta di portarli, ma chiede 50 rupie. I ragazzi provano a calare il costo a 40; niente da fare. Faccio notare che in fondo l’abbiamo pure svegliato per farlo pedalare nel cuore della notte e scarrozzare due persone in giro per meno di un euro. I ragazzi vanno via con lui ed io mi ritrovo ad affrontare la via del ritorno. Il silenzio è pesantissimo, mi sento solo in mezzo a nugoli di gente che dorme a pochi metri da me nelle case. Non mi dispiace come sensazione. In casa il silenzio non è mai vero: lo accompagna sempre un rumore assordante di pale che rotano sopra le nostre teste, rendendo l’ambiente frescamente sopportabile, anche se è il primo di Ottobre. Rifaccio un cenno di saluto al guardiano sonnecchiante, inclinando brevemente la testa a sinistra, spero il più correttamente possibile (certamente non in modo naturale, mi chiedo quanto deve essere buffo da vedere per chi è abituato a quel gesto). Mi ritrovo a seguire i vicoli tortuosi non chiusi delle strade di Delhi da solo, mi godo il momento ma sono vagamente preoccupato da un ululato di un cane e riattraverso i branchi. Ma mi sbaglio: non ce l’hanno con me. Sono tranquillissimi e mi riassicuro un po’. Mi faccio luce con lo schermo del telefonino: non voglio pestare acqua (o qualche cosa di peggio). Accelerò impercettibilmente inconsciamente. Ma in realtà la non c’è niente di cui preoccuparsi. Supero il guardiano che prima faceva la ronda, ora sonnecchia anche lui su una sedia. Non protesta nemmeno nel vedermi scavalcare le catene che mi riportano al mio vicolo. Un cane mi viene incontro, ma sono sollevato: è la cagna dei cuccioli della mia porta che va a bere in un ristagno. Oramai mi conosce. Apro il cancello che non è chiuso e vedo la luce che filtra dalla porta zanzariera. Questa è fatta. E sono felice di avere respirato un po’ di aria buia.
Anonymous asks:
Mi sento di dire che questo Blog è un'inddecenza ed è noioso... Cordiali saluti
Provi con delle supposte all’ortica e continui gli impacchi di cocci che sono suoi.


